Le parole del corpo. Un’esperienza psicomotoria in SPDC

Autore Stefania Lanaro
Corpo e mente: il dualismo, superato, antiquato lascia una lunga nuvola grigia
sul nostro modo di sentire e vivere il corpo del XXI secolo; mens sana in corpore
sano rimanda ad un dogma ormai superato ma basta guardarsi intorno per
capire che spesso questo superamento è solo dialettico; il corpo moderno
diventa frequentemente oggetto del mondo, oggetto messo da parte a favore del
potere della mente.
Il corpo oggetto non riesce più a con-tenere il vissuto, diventa un contenitore
frammentato e frammentario che lascia fuoriuscire parti intime e profonde del
tanto nominato vissuto; parti frammentate che si lanciano fuori dall’oggetto
corpo, confusione, paura, sofferenza, perdita di memorie e di umori, un
malessere che diventa evidente ed evidenziato dalle malattie del vissuto del
corpo, la schizofrenia con il suo corpo spezzato, brandelli di me nel mondo che
varcando la soglia della mia pelle diventano pezzi sconosciuti, la depressione
con un corpo che si fa specchio del dolore e della disperazione, per passare
attraverso il corpo dell’”non – sentire” che viene tagliato, marchiato, bruciato per
creare un sfiatatoio di dolore e arrivare al corpo – oggetto odiato mai perfetto
perché incapace di placare la voce del vuoto.
Spesso l’operatore della salute non si riesce ad accettare che il corpo proprio
nel suo essere la tela, il palcoscenico, il mezzo attraverso il quale esprimere la
propria “profondità” ha un linguaggio tutto suo, è un linguaggio che si esprime
nella comunicazione profonda, nel gioco di equilibrio tra lo spazio, il tempo,
l’emozione e nella presenza dell’altro; ma è un altro che non ha bisogno di
mostrare la propria intellettualità, è un altro che deve esserci, profondamente
esserci, stare nella relazione per l’altro, accoglie senza giudizio, risponde con il
proprio gesto non con la propria parola.
Parlare con il corpo e comunicare con il corpo è quello che contraddistingue il
lavoro dello psicomotricista, una stanza, uomini e donne che si raccontano
senza parole ma in una “danza” fatta di spazi, di tempi, di contatti e di
lontananze, senza categorie e senza diagnosi, raccontarsi con il corpo e stare
con l’altro con il proprio corpo, dialogare, raccontarsi, muoversi e fermarsi.
E l’approccio psicomotorio è proprio questo permettere, lasciare, accogliere,
essere con e non per, dove sintomo e disagio non rappresentano etichetta,
diagnosi ma solo una modalità di rapporto appresa nella difesa.
Il lavoro che vorrei proporre è relativo all’approccio psicomotorio nella salute
mentale, e in particolare nella psichiatria d’urgenza (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Savona) dove dal gennaio 2016 la terapia della mente e la
farmacoterapia si integrano con l’approccio attraverso il corpo.
Nell’SPDC luogo di cura del mal – essere, del disagio e dello star male della
mente, sembra complicato pensare alla psicomotricità ma la richiesta e il
progetto sono legati alla ricerca di un linguaggio e di una comunicazione senza
parole, ascolto di corpi che spesso agiscono nella distanza e attraverso la
bizzarria; il racconto è quello del tono, della postura, del corpo in movimento che
parla di sé e che fa ricordare la propria vita e non la propria malattia;il corpo
racconta la Storia.
Spesso le parole parlano di corpo proprio dove il corpo pare dimenticato, parole,
sinonimi e contrari metafore per descrivere ciò che forse è proprio impossibile
descrivere perché il corpo è movimento, posture, spazio e tempo, vicinanze e
lontananze contrasti, rotture e armonie. Il corpo parla di sé con il linguaggio
antico del silenzio e del gesto.
I corpi della psichiatria si muovono nello spazio del reparto cercando di dare un
senso al proprio dolore, un dolore che è del pensiero e dello stare al mondo, è la
difficoltà della relazione con l’altro è
Il tempo dell’attività è il martedì pomeriggio e lo spazio è quello interno all’SPDC
con i tappetini che rivestono il pavimento e con la musica che funge da
richiamo per chi vuole partecipare.
La partecipazione è volontaria, e il tempo di partecipazione è libero, ognuno può
decidere se e quanto riesce ad esserci, e la presenza può essere “fisicamente”
attiva o di osservazione e ascolto, ognuno dei soggetti è libero di scegliere e di
decidere.
Le proposte originano dall’ascoltare il corpo dimenticato, le tensioni che spesso
sono solo raccontate come dolore, diventano le parole iniziali del racconto di sé,
della propria sofferenza e del proprio passato oltre ad essere il punto da cui
cominciare per ascoltarsi.
Il gesto racconta e il suo linguaggio non parla della malattia come destino
ineluttabile ma come una forma di espressione individuale, un messaggio da
decodificare, e’ uno dei molteplici modi in cui il corpo può comunicare, senza
quelle parole che così difficilmente possono descrivere il proprio vuoto e il
proprio dolore.
Il gruppo può essere formato da due o più persone, dipende, la psichiatria
d’urgenza è un luogo di passaggi, di nuovi ingressi e di ritorni, di persone che
non riescono ancora ad osservare fuori dal proprio mondo e altri che vedono un
mondo tutto loro che non possono e non riescono condividere con gli altri. Il mio
compito è solo quello di esserci, accogliere o anche solo esserci per creare uno
spazio aperto che possa essere attraversato o solo guardato con sospetto, uno
spazio in cui si può entrare e uscire, senza giudizio e senza limiti
particolarmente stretti.
Le proposte sono quelle che nascono dall’ascolto del gruppo, l’indirizzo lo dà la
loro storia e il loro qui ed ora, se il desiderio di controllo è molto si comincia con
il movimento della ginnastica posturale, asettico e preciso, si osserva e si
ascolta, si lavora sulle contratture che lentamente lasciano lo spazio allo
sguardo, ognuno dei soggetti sperimenta il proprio limite e cerca di fare qualche
passo fuori dalla corazza muscolare che difende e protegge la fragilità.
A volte il gruppo è ricco di immagini e di pensieri che sviano dal qui ed ora, i
corpi faticano a contenere la propria carica emozionale, gli spazi diventano quelli
del pensiero e lo spazio proprio viene confuso con quelli altrui, il movimento
diventa espressione di quella confusione, la possibilità è quella di permettere
che il gesto racconti quelle immagini, con un linguaggio non convenzionale, il
gesto riempie lo spazio, il movimento definisce lentamente il qui ed ora, lo
sguardo che un attimo prima sembrava perso in un mondo personale diventa
comunicazione, gli occhi guardano il mondo, il corpo rientra nel luogo dell’attività
che ritorna setting e luogo di scambio.
Il soggetto comincia a raccontare con il corpo e con le parole e il messaggio
diventa coerente con la postura, la storia di ognuno entra nella setting e il
racconto è quello della vita non della malattia.
Ognuno di loro nel nostro luogo d’incontro mi aiuta a trovare strategie per
“entrare”, mi propone delle chiavi di entrata, e mi suggerisce cautela, mi
suggerisce lo spazio e la distanza, mi da dei limiti per poter comunicare.
E al termine il racconto diventa segno grafico, disegno e parole per mettere
emozioni e sensazioni sul foglio per poterle guardare e osservare con un po’ di
distanza, raccontare il qui ed ora e legarlo alla propria storia.