Incontrare il corpo

Autori: Stefania Lanaro e Ingeborg Muller
Questa storia si svolge in un centro per i disturbi alimentari, luogo d’incontro, di
storie e di vita, di ricerche identitarie, di interminabili controlli sul proprio corpo,
oggetto ma anche racconto di corpi in cambiamento che vogliono tornare a
vivere, un luogo che inizialmente appare paradossalmente colmo di vuoto e poi
si riempie di emozioni e di ricordi corporei che diventano storie. Corpi che si
muovono incessantemente perché «fermarsi è pensare e pensare è stare in
contatto con il proprio vuoto e la mancanza di sé. È terrore». E poi c’è un piccolo
spazio, di ricerca personale, di psicomotricità, lo spazio del lunedì pomeriggio,
momento in cui il corpo può prendere vita e può provare a tornare un corpo
soggetto del mondo, in quel luogo, illuminato dalle luci soffuse delle candele, si
possono cominciare a creare delle crepe nell’ossessione della perfezione
irraggiungibile che nasconde e rende momentaneamente meno doloroso il
vuoto. Il dispositivo è quello psicomotorio, e l’approccio è psicomotorio, osservare, partecipare, giocare per, e soprattutto esserci come “Altro” simbolico, come sostituto del caregiver primario, esserci profondamente, sentire con la pancia non solo ascoltare le parole, proporsi come altro significativo. Il dispositivo è il setting, le regole, l’ascolto e la gestione del setting nel tempo e nello spazio, è la creazione di un ambiente che favorisca
il desiderio di crescere. È il dispositivo che deve poter permettere il desiderio,
che garantisce la sicurezza, che permette la messa in gioco del Sé, che
permette di vedere la paura, di guardarla e di poterla vivere, di sentirla meno
distruttiva, di poter riconoscere il proprio muro e di raccontarlo.
Raccontare per poter creare distanza, l’obiettivo è decentrarsi, vedere e
riconoscere per poterci lavorare sopra, il dispositivo permette di vivere il proprio
vuoto pieno di paure, nella sicurezza di poter vivere quello che in quel momento,
nel qui ed ora è possibile, nulla di più del “proprio possibile”.
È lo spazio in cui il mio corpo soggetto si incontra con altri corpi soggetti in un
dialogo fatto di sguardi, di avvicinamenti e di lontananze, di spazi e di
separazioni, persone che parlano della loro storia senza pronunciare parola, è
uno spazio in cui la paura, la speranza, il passato e il futuro si possono giocare
simbolicamente. Lavorare il corpo è il lavoro della malattia, la modificazione, il
controllo, il possesso dell’oggetto, è il percorso fatto sino al momento in cui la
malattia viene vista come una difficoltà, quando la luna di miele con il disturbo
giunge al suo capolinea, lavorare sul corpo presuppone l’agire dell’altro su un
corpo che è ancora sull’allerta, che ha paura di sentire il vuoto ma prova a fidarsi
e lavorare col corpo è l’emozione, lasciarsi vivere, aprirsi al dolore e allo star
bene, accettare la mezza misura, che non vuol dire non sperare più nella felicità,
ma piuttosto godere dei piccoli passi di benessere. Giocare il corpo permette di
viverlo senza la colpa, perché è un fare finta, è il gioco del lupo del bambino
piccolo, che permette di prendere le distanze e di poter vivere l’aggressività
sentendosi buoni, è il gioco della rabbia, della paura e della loro espressione, è
un mettere delle parole e potersene allontanare; è un adulto che può permettersi
di giocare a fare e rifare il bambino che era, è un ragazzo che può far finta di
essere quello che sarà. Tutto questo è comunicare, dirsi delle cose per poter
condividere le paure e le gioie e costruire. É la storia del percorso di un gruppo
che attraverso il corpo scopre, sperimenta e prova faticosamente a sperimentare
il passaggio tra il «lavorare il corpo a lavorare con il corpo» e che forse riesce
anche a ritrovare il piacere di muoversi, di sentire, di raccontare attraverso il
gesto. Il percorso del lavoro è quello del far parlare i corpi e lavorare con i corpi.
Non è per niente semplice perché è mettere in discussione tutto, a partire dal
proprio sentire che comunica con altri modi di sentire, impauriti e sfiduciati, per
arrivare ad affrontare le proprie insicurezze che diventano un terreno su cui
giocare le insicurezze del gruppo, perché riuscire ad accettare le opinioni di
corpi in difficoltà vuol dire ascoltare e ammettere di non aver mai provato nulla di
simile, quindi, lavorare con il corpo vuol dire anche mettere il proprio corpo a
disposizione e permettersi di ascoltare quel vuoto. É un lavoro fatto con il corpo
“leib”, è l’esperienza del corpo, un percorso non uno stato, è il percorso del
conduttore che incontra il gruppo e del gruppo che coinvolge, che insegna al
conduttore, è “il gruppo” che percorre la via che permette l’espressione del
desiderio, del bisogno, dell’essere.